Viviamo in un momento storico-sociale dominato da internet, serie TV e social media. Una combinazione di fattori senza la quale, per molti, sarebbe impossibile anche solo pensare di poter vivere.

Oggi “se non sei in rete non esisti” e questo ha portato un grande sconvolgimento, anche nel campo del lavoro, stravolgendo completamente quelle che erano le vecchie politiche aziendali.

Ma non è sempre stato così.

Un tempo, ogni azienda poteva contare sulla sua piccola fetta di affiliati, sul suo nugolo di clienti affezionato: in una parola, possedeva, nella maggioranza dei casi, un piccolo segmento di mercatoche le permetteva di mantenersi e di portare avanti il proprio progetto e la propria idea, lavorando in team con i dipendenti.

Un esempio su tutti può essere rappresentato dall’eterna diatriba tra Coca-Cola e Pepsi-Cola. La prima, nata nel 1886, è rimasta imperatrice del suo settore fino all’apparizione della seconda, nel 1898. Eppure, anche in quel caso, erano solo due i brand a spartirsi l’intera “torta”. Con il passare del tempo, invece, sono nate tantissime imitazioni, sottomarche, proposte, ispirate a quel tipo di bevanda ma con caratteristiche, per quanto simili, molto diverse, offrendo al consumatore la possibilità di scegliere tra un aroma più dolce ed uno più speziato, tra un sapore più frizzante ed uno più liscio, tra un prezzo più conveniente ed uno più elevato… insomma, ogni piccola realtà ha avuto la possibilità di influenzare il mercato a suo modo, a volte perdendo la sua battaglia, disperdendosi nella miriade di offerte disponibili, e a volte riuscendo ad imporsi e ad acquisire un gruppo di affiliati, colpendo il bersaglio proprio nel centro.

Viene spontaneo, quindi, porsi una domanda: cosa differenzia le due categorie?

Dando per scontata la qualità dei prodotti, in un mondo fatto di immagini, fotografie, spot, jingle, pagine social e siti web, c’è solo una cosa che può fare davvero la differenza: il messaggio.

Empatizzare con il pubblico

Esistono molte definizioni di “branding”. Riferendosi a Wikipedia, ad esempio, si trova: “Utilizzo delle tecniche di marketing per la creazione, la gestione e lo sviluppo di una marca. Nel design della comunicazione, è il progetto strategico e creativo di creazione dell’identità e dell’immagine di marca”.

Il vero dilemma, però, non è nel significato, ma nella modalità di applicazione. Molte aziende valide, con proposte qualitativamente superiori alla media ed economicamente allettanti, ad esempio, spesso falliscono e sono costrette a chiudere i battenti; come mai?

Nel marasma delle proposte che bombardano quotidianamente ogni consumatore, tramite media, social e app, oltre ai più classici formati cartacei o urbanistici (giornali e cartelloni pubblicitari), soltanto chi riesce a penetrare nella psicologia dell’utente medio, interpretandone necessità e desideri, può avere la meglio, supportando il tutto con un messaggio che sia accattivante, diretto, semplice e percepito dal pubblico come assolutamente reale (e qui entra in gioco il neuromarketing, a cui dedicheremo un capitolo a sé).

Per andare ancora più al fondo di questo meccanismo, infine, bisogna chiedersi: cos’è che, ancora prima delle parole, arriva all’utente?

Dobbiamo ricordare che, spesso, si cerca di comunicare con generazioni di “pigri digitali”, gli stessi che stoppano un video dopo dieci secondi o che smettono di leggere un comunicato alla terza parola. La risposta è facilmente intuibile: l’immagine.

Ed è per questo che è fondamentale creare un logo personalizzato, d’impatto, unico e studiato apposta per colpire nel segno e incuriosire il pubblico a saperne di più. Una singola, piccola immagine capace di identificare il proprio business, di creare, insieme al branding, l’identità aziendale e di mettere in relazione utenti di qualunque ceto sociale, origine e provenienza con la propria realtà.

Un compito molto specifico, che richiede competenza e professionalità, necessariamente ancorate ad un’intelligenza creativa.